Kosovo: un anno dopo

Missione Kosovo: missione possibile. Dopo gli scandali della Missione Arcobaleno, l'associazione Volo.Insieme ha voluto organizzare una serata di incontro con Antonio Serra, operatore di pace in Kosovo per l'Ics (Consorzio italiano di solidarietà), per fare il resoconto di un anno di attività in Albania e per chiarire la destinazione dei fondi previsti per i profughi. La raccolta di capitali versata alle due associazioni Vis e Ics, alla fine del '99, è stata valutata nella cifra di 13 milioni e 280 mila lire, gran parte della quale già trasformata in progetti concreti. Serra ha illustrato come sono stati impiegati i fondi, ed ha raccontato la personale esperienza. Impegnato da 10 mesi in Kosovo, ha vissuto sulla propria pelle quella realtà in trasformazione. L'associazione di cui fa parte non è nuova a questo tipo di interventi, ha già operato infatti in Jugoslavia e in Albania nel 1993 ed ora è ritornata in quei luoghi per far fronte alle nuove emergenze di guerra. La sua esperienza sui Balcani è iniziata nel giugno scorso, quando i profughi già lasciavano i campi di accoglienza e non si è ancora conclusa. Grazie a fondi privati, Ics ha gestito 6 campi profughi in Albania, nei quali ha dato assistenza a circa 10.000 persone, per lo più kosovari e ha provveduto a rimpatriarli in un regime di massima sicurezza. La rapidità dell'evolversi degli eventi bellici e l'altrettanto velocità dello svuotamento dei campi, ha costretto gli operatori a riconvertire gli impegni in progetti di emergenza e di ricostruzione in Kosovo, supportati in questo anche dall'intervento dell'alto commissariato per i rifugiati delle nazioni unite. Il nuovo progetto, che cerca di dare una risposta ai problemi del dopoguerra, si chiama "The Comunity Service" e, partito immediatamente a luglio, si è imposto come impegno prioritario la ricostruzione di 11 scuole primarie in tutto il territorio del Kosovo. L'intervento mira quindi a ricostruire il tessuto sociale e a creare servizi alla comunità che permettano uno sviluppo autonomo nella gestione del paese. La seconda parte del progetto, partita a ottobre, riguarda invece la creazione di 12 centri comunitari, luoghi in cui la comunità si può incontrare e confrontare. L'intervento è stato strutturato attraverso dei corsi, fra cui quelli di inglese, di italiano e di informatica, che hanno coinvolto le fasce più deboli della popolazione, soprattutto le donne. Per loro infatti sono stati allestiti corsi appositi come quelli di cucito e per parrucchiera, che hanno permesso di svincolarle dal ristretto ambito familiare. Questi centri coinvolgono nella loro realizzazione personale locale: attraverso interventi formativi, chi collabora al progetto è totalmente inserito in quella realtà e le ingerenze dall'esterno sono fortemente limitate. Qualcosa quindi si sta muovendo, i soldi sono stati impegnati bene e soprattutto sono finiti nelle mani giuste. Il progetto coinvolge infatti circa 6.000 persone, 200 sono gli elementi del personale, 25.000 i beneficiati tra profughi e popolazione civile.

Alessandro Armuzzi

 

 

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